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Nirvana
18th Gen, 2016 da Ananda Saraswati

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“Il raggiungimento del Nirvana mi proiettò all’ improvviso in una condizione al di sopra, senza pensiero e non contaminata da alcun movimento mentale o vitale; non c’era ego, né mondo reale; solo quando “si” guardava attraverso i sensi immobili, qualcosa percepiva o portava sul suo assoluto silenzio un mondo di forme vuote, di ombre materializzate prive di vera sostanza. Non c’era l’Uno e neppure il Molteplice, ma solo e assolutamente Quello, senza forma, senza relazioni, puro, indescrivibile, impensabile, assoluto, tuttavia supremamente reale e unicamente reale. Non si trattava di una realizzazione
mentale né di qualcosa intravisto lassù da qualche parte, non era un’astrazione, era positivo, l’unica realtà positiva (sebbene non fosse un mondo fisico spaziale) che pervadeva, occupava o piuttosto inondava e sommergeva questa sembianza
di mondo fisico, senza lasciar posto o spazio a qualunque realtà che non fosse se stessa, senza permettere in alcun modo ad altro di sembrare reale, positivo o sostanziale.

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Ramana Maharshi – Cinque versi sul Sé
23rd Ott, 2015 da Ananda Saraswati

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Quaderno Advaita & Vedanta N. 5 – 27 Luglio 2006
Commento a cura di Bodhananda

Questi sono gli ultimi versi composti da Sri Ramana Maharshi.
Furono scritti su richiesta di una devota, Suri Nagamma, autore del libro “Lettere dal Ramanasram”. Bhagavan li scrisse in Telegu, usando però una forma metrica Tamil, chiamata venba, e quindi li tradusse in Tamil. Poiché già esisteva una composizione di Shankara chiamata ‘Atma Paanchakam’, Bhagavan decise di chiamare la sua composizione ‘Ekatma Panchakam’.

 

1. When, forgetting the Self, one thinks that the body is oneself and goes through innumerable births and in the end remembers and becomes the Self, know this is only like awaking from a dream wherein one has wandered over all the world.

1. «Quando, dimenticando il Sé, si pensa di essere il corpo… Quando si è errato fra innumerevoli nascite… Quando, alla fine, ricordando si diviene il Sé… Sappi che è solo come svegliarsi da un sogno, in cui si è vagato in tutto il mondo.»

 

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IL CAMMINO DI SHIVA (SHIVAMARGA)
1st Feb, 2015 da Nirvaira Shanti

Nataraja (Dancing form of Lord Shiva)

QUATTRO FINI E UN CAMMINO ACCESSIBILE

Quattro, si dice in India, sono i fini principali dell’esistenza umana: kama, il piacere; artha, l’utile; dharma, la rettitudine; moksha, la liberazione. Tutti gli uomini propenderebbero per uno di questi: i più passivi (shudra, pashu) per il solo piacere; quelli con un po’ più d’iniziativa (vaishya) per l’utile; i nobili (kshatriya) per la rettitudine; i saggi (brahmana) per la liberazione.

Siamo, si dice poi, nel kaliyuga: età oscura, età del ferro, in cui predominano i temperamenti peggiori, la vita umana è più breve, le tentazioni più forti.

È dunque possibile, nonostante ciò, raggiungere la liberazione?

Non rinunciamo subito, ragioniamone un attimo.

Non possiamo confidare eccessivamente nella tradizione: quel che ne comprendiamo non ci è finora servito a molto, e di quel che non abbiamo compreso ignoriamo la natura.

Non possiamo contare neppure sui maestri: c’è in giro troppo oro falso, e non siamo orefici esperti per saggiare l’autenticità di quello che ci passa per le mani.

E infine non possiamo chiedere troppo a noi stessi; non sappiamo quale sia la nostra forza, quali i nostri limiti, quanta tensione possiamo sopportare.

Dobbiamo dunque attenerci a ciò che di volta in volta possiamo constatare direttamente, cercando di essere sinceri con noi stessi ma senza strafare (strafare è infatti un ottimo sistema per non fare).

Non dobbiamo quindi pretendere, perché altri ce lo tramandano o ingiungono, di abbandonare il piacere (kama) e l’utile (artha), bensì dobbiamo, pur godendone, mantenerci nei limiti della rettitudine (dharma), rafforzando contemporaneamente il nostro intento di liberazione (moksha).

Tale posizione ci è accessibile e ci permetterà un certo equilibrio, evitandoci di sopravvalutare o sottovalutare le nostre capacità.

Detto così, sembra semplice; ma quando ci guardiamo intorno (e magari dentro) cosa vediamo? Incapacità di godere, inettitudine a trarre vantaggio, incoscienza etica, fantasticherie di liberazione senza reali possibilità di giungervi.

Perché?

 

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Mooji
26th Apr, 2014 da Ananda Saraswati

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“Non mi mettere su un piedistallo e non incasellarmi.
Io non sono quello che percepisci.
Non c’è nulla di oggettivo che posso dire su di me e che possa rimanere vero.
Ho cercato e non ho trovato una posizione oggettiva per quello che sono.
So di essere consapevole che la percezione sta accadendo spontaneamente nel mio Sé, ma non c’è un ‘qualcuno’ lì che fa o ottiene qualcosa.
Non c’è differenza tra te e me, tranne che io so di non essere una persona e tu senti di esserlo.
Faccio del mio meglio per sfidarti, confrontarti, stimolarti, ispirarti e incoraggiarti in modo che tu possa confermarlo da te.
Non posso aiutarti a fare questo, accade e basta.” Leggi il resto… »

La meditazione può combattere la malattia infiammatoria a livello genetico
10th Apr, 2014 da Ananda Saraswati

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Recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato negli anni come la meditazione possa avere notevoli effetti benefici sulla psicologia e sulla fisiologia umana, ma oltre a questo innesca anche importanti cambiamenti genetici e fisiologici del corpo.
Al di là del regno della psicologia , prove emergenti dimostrano che la meditazione può effettivamente avere un profondo impatto positivo sul livello molecolare e cellulare . Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Psychoneuroendocrinology nel 2011 , la meditazione aumenta la produzione di telomerasi nel corpo umano . Questo enzima è responsabile per l’allungamento dei telomeri , i cappucci di protezione alla fine di ciascun cromosoma , che tendono ad abbreviare in ogni ciclo di replica fino a raggiungere una lunghezza critica , vietando ulteriori repliche . La lunghezza dei telomeri è considerato un marcatore affidabile di invecchiamento e di livelli di funzioni immunitarie cellulari e rivelano malattie preesistenti o che si presenteranno nell’immediato, questo perchè quanto più i telomeri sono corti , e più è probabile che si manifesti una data condizione patologica. La telomerasi è l’unico modo per i telomeri di rimanere a lungo , ma purtroppo , l’enzima è praticamente inattivo negli adulti . Leggi il resto… »

Un estratto significativo delle parole di Mooji
26th Mar, 2014 da Ananda Saraswati

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I parte

– L’unico vero modo di essere –

Q: Mooji, ho un forte desiderio di trascorrere più tempo con te. E’ possibile vivere vicino a te?

M: Naturalmente, è utile essere in presenza di un maestro vivente per trascendere completamente gli effetti dei condizionamenti psicologici e liberarsi totalmente dalla morsa di falsa identità.
Tuttavia, per ottenere il massimo beneficio dalla nostra connessione, non è necessario essermi fisicamente vicino per tanto tempo. Meglio focalizzarsi nel seguire le mie indicazioni all’interno del proprio cuore che mirare ad essere fisicamente vicini a me.

Il tuo lavoro interiore è la cosa più importante. Trasforma la conoscenza in saggezza e in perfetta comprensione portandoti all’esperienza diretta del Sé senza tempo.

Piuttosto che essere vicino, perché non essere uno con me?
In realtà, questo è l’unico vero modo di essere con me: scoprire e essere un tutt’uno con la Verità del proprio Sé impersonale.
…………… Leggi il resto… »

Pensieri di Paramahansa Yogananda
22nd Set, 2013 da Nirvaira

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“Vedendo che ogni essere umano è una combinazione di materia e di spirito, i primi pensatori occidentali credettero che esistessero due forze indipendenti: la natura e la mente. Più tardi cominciarono a domandarsi: “Perchè ogni cosa nella natura è organizzata in un modo determinato?
Perchè l’uomo non ha un braccio più lungo dell’altro? Perchè le stelle e i pianeti non si scontrano?
Dovunque noi vediamo ordine e armonia nell’universo”. Essi ne dedussero che mente e materia non potevano essere allo stesso tempo separate e sovrane; un’unica Intelligenza doveva governare il tutto. Questa conclusione condusse naturalmente all’idea che c’è un solo Dio; che è allo stesso tempo la Causa della materia e Intelligenza in essa e dietro di essa. Colui che raggiunge la saggezza ultima realizza che tutto è Spirito in essenza, benchè nascosto nella manifestazione. Se aveste questa percezione, vedreste Dio in tutte le cose. Allora si pone la domanda: come fecero a trovarLo, in principio i ricercatori?
Come primo passo, essi chiusero gli occhi per escludere il contatto immediato col mondo e con la materia allo scopo di concentrarsi più pienamente sul compito di scoprire l’Intelligenza dietro di essa. Si persuasero di non poter vedere la presenza di Dio nella natura attraverso le percezioni ordinarie dei cinque sensi. Così iniziarono a cercare di sentirLo dentro di sè mediante una concentrazione sempre più profonda. Col tempo, scoprirono il modo di escludere dalla loro coscienza tutti i cinque sensi, eliminando temporaneamente del tutto, così, la coscienza della materia. Il mondo interiore dello Spirito cominciò a dischiudersi (nota: “…perchè, ecco, il regno di Dio è dentro di voi” Luca,17,21). A quegli uomini grandi dell’antica India che, infaticabilmente,persistettero in queste ricerche interiori, Dio alla fine si rivelò.”
(Paramahansa Yogananda)

L’unica fonte di sapere che possediamo.
16th Set, 2013 da Nirvaira

Swami Vivekananda

< Ecco che cosa vi diranno i saggi di tutti i paesi, di tutti tempi, uomini puri e disinteressati, con l’unico scopo di fare del bene. Tutti dichiarano di aver trovato qualche verità più alta di ciò che i sensi possono rivelarci e ci chiedono di verificarla. “Provate il mio metodo, dicono, e applicatelo coscienziosamente, e se, allora, non scoprirete la verità superiore che vi annuncio, siete liberi di dire che non esiste; prima di aver provato su voi stessi, non avrete le basi per negare la verità delle mie asserzioni”. Lavoriamo con tutta la nostra anima secondo i metodi prescritti e la luce si farà.
Per acquisire una scienza ci servono delle generalizzazioni che sono basate sull’osservazione. La nostra attenzione si focalizza inizialmente su dei fatti; in seguito li generalizziamo, poi tiriamo le nostre conclusioni, i nostri principi. E’ impossibile arrivare a conoscere l’anima, che è la natura nascosta dell’uomo, o il processo del pensiero, senza aver avuto prima la forza di osservare ciò che accade in noi.
Gli accadimenti della vita esteriore sono facili da osservare, sono stati inventati mille strumenti per questo; ma nessuno che ci aiuti a studiare il mondo interiore. Pertanto sappiamo di dover osservare, se bramiamo una scienza autentica. Senza analisi appropriate, tutta la scienza sarà senza risultati, essa resterà pura teoria; ecco perché da sempre gli psicologi non smettono di disputare tra loro, con l’eccezione del piccolo numero di coloro che hanno saputo osservare. La scienza del Raja Yoga vuole fornire agli uomini il mezzo per studiare ciò che accade dentro di loro. Essa indica uno strumento che è l’intelligenza stessa. La forza dell’attenzione, convenientemente guidata e diretta verso la vita interiore, ci permetterà di analizzare la nostra anima e chiarirà bene i fatti. Le forze dello spirito somigliano a dei raggi sparsi; se le si concentra, esse illuminano tutto. E’ lì l’unica fonte di sapere che possediamo.
[…]
Ci insegnano, dall’infanzia, a non prestare attenzione che alle cose esteriori, mai alle cose interiori, e quasi tutti abbiamo perduto la facoltà di osservare questo meccanismo interiore. >

(Swami Vivekananda)

Nuove scoperte sul DNA in Russia
20th Mag, 2013 da Ananda Saraswati

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Molti maestri spirituali sanno già da tempo, che il nostro corpo può essere programmato da lingua, parole e pensieri. Ora questo è stato scientificamente provato. Il DNA umano funziona come una specie di “Internet biologico”, ed è sotto molti aspetti superiore a quello artificiale. Nuove ricerche scientifiche in Russia, direttamente o indirettamente, spiegano fenomeni quali chiaroveggenza, intuizione, guarigioni spontanee e guarigioni a distanza, autoguarigioni, tecniche di affermazione, aloni di luce attorno alle persone e molto altro.

In più, si potrebbe affermare una medicina completamente nuova, nella quale il DNA può essere riprogrammato con delle parole e frequenze, senza la necessità di prelevare e reintrodurre singoli geni. Soltanto il 10% del nostro DNA serve a produrre le proteine, ed è questo 10% che viene esaminato dai ricercatori occidentali. Il rimanente 90% viene considerato “junk DNA”, DNA spazzatura. Tuttavia i ricercatori russi, convinti che la natura non abbia creato questo 90% a caso, hanno esplorato questo 90% del DNA assieme a linguisti e genetisti. I risultati di questa ricerca sono semplicemente rivoluzionari!

Il nostro DNA non sarebbe solo responsabile della struttura del nostro corpo, ma servirebbe anche come banca dati e per comunicare. I linguisti russi hanno scoperto che il codice genetico (specialmente il 90% “inutile”) segue le stesse regole di tutte le lingue dell’uomo. A questo scopo, gli studiosi hanno comparato le regole di sintassi (il modo di mettere insieme le parole per formare le frasi), semantica (lo studio del significato delle parole) e le regole base di grammatica. Hanno scoperto che il nostro DNA segue un determinato schema grammaticale. Quindi le lingue dell’uomo non si sono formate casualmente, ma sono insite nel DNA.

Il biofisico e biologo molecolare Pjotr Garjajev e i suoi colleghi, hanno anche analizzato le qualità vibrazionali del DNA. In breve sostengono che “i cromosomi vivi funzionano esattamente come un computer olografico, che usa radiazioni laser di DNA endogeno”. Gli studiosi sono stati in grado, per esempio, di proiettare determinate frequenze (suono) con una specie di raggio laser sul DNA, modificando la frequenza di esso e quindi l’informazione genetica stessa. Dato che la struttura base del DNA è uguale alla struttura della lingua, non è necessaria alcuna codifica del DNA. Si possono semplicemente usare parole e frasi della lingua umana! Anche questo è stato provato scientificamente. Leggi il resto… »

Pensieri di Sri Aurobindo
27th Apr, 2013 da Ananda Saraswati

Tuttavia l’utilità vera dello yoga ed il suo ultimo fine non possono essere raggiunti che quando lo yoga, cosciente nell’uomo, incosciente nella natura, coincide con la vita stessa, onde si possa dire luminosamente, guardandone insieme il cammino e l’adempimento:
“In verità, tutta la via è yoga”.
Sri Aurobindo

imagevsSri Aurobindo (Aurobindo Ghose, অরবিন্দ ঘোষ; 15 agosto 1872 – 5 dicembre 1950)  uno dei maggiori poeti indiani in lingua inglese, uno yogin capace di rinnovare l’antichissima tradizione spirituale indiana, e infine, quasi senza volerlo, un filosofo.

Il tema centrale della visione di Sri Aurobindo è l’evoluzione della coscienza e della vita umane in una coscienza-di-verità e in una “vita divina”. Secondo Sri Aurobindo l’uomo non è il prodotto finale dell’evoluzione, ma un essere di transizione. Il passaggio dall’uomo alla prossima tappa dell’evoluzione terrestre, egli afferma, “è inevitabile perché ad essa tendono sia l’intenzione dello spirito interiore sia la logica del procedere della Natura”. Per poter compiere coscientemente questo passaggio evolutivo lo yoga deve abbracciare la vita e la materia, non cercare di evaderne; il sentiero spirituale di Sri Aurobindo è infatti conosciuto come “Yoga integrale”.

Sri Aurobindo,  voleva reintegrare lo Spirito nell’uomo e nella materia – e creare “la vita divina sulla terra: “I cieli al di là sono grandi e meravigliosi, ma più grandi e meravigliosi i cieli che sono in voi. È questo l’Eden che attende il divino operaio “.

Lui affermò: “Lo yoga è l’arte di scoprire sé stesso”.

“L’Oriente e l’Occidente” “vedono la vita in due differenti modi, che non sono altro che i due lati di una sola realtà. Fra la verità pragmatica, che l’Europa moderna appassionatamente afferma nel vigore della vita e nella danza divina della Natura, e la Verità eterna che il pensiero indiano ama e cerca con eguale passione, non esiste divorzio e nemmeno litigio. La verità una, immutabile, è lo Spirito. Senza lo Spirito la verità pragmatica dell’universo non avrebbe origine né fondamento, il mondo sarebbe sprovvisto di senso, vuoto d’indirizzo, senza destinazione, un fuoco d’artificio che turbina nel nulla per svanire da nessuna parte. Ma la verità pragmatica, non è un sogno del non-esistente, non è un’illusione, né una prolungata caduta in un delirio futile dell’immaginazione creatrice. Sarebbe come dite che lo Spirito eterno è un ubriaco o un sognatore o l’alienato della propria gigantesca allucinazione. Le verità dell’esistenza universale sono di due specie: le verità immutabili dello Spirito e la Coscienza che gioca con esse: dissonanze, variazioni, esplorazione dei possibili, reversioni, perversioni e conversioni ascendenti, in un motivo armonioso sempre più alto. E’ Lui che opera in sé stesso, Lui il creatore e l’energia, la causa e il metodo e il risultato, il meccanico e la macchina, la musica ed il musicista, il poeta ed il poema, Lui è la supermente, la mente, la vita e la materia, Lui l’anima e Lui la natura”.

“Se il tuo scopo è grandeei i tuoi mezzi piccoli,agisci comunque;perchè solo con l’azioneessi possono crescerein te.”

 

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“L’essenza dello yoga è il contatto della coscienza umana individuale con la coscienza divina. Lo yoga è l’unione tra ciò che nel giuoco dell’universo è stato separato dal suo vero Sé, e dalla sua stessa origine ed universalità. Il contatto può avere luogo in qualsiasi punto di questa coscienza varia e complessa che chiamiamo la nostra personalità. Può effettuarsi nel fisico per mezzo del corpo, nel vitale attraverso il giuoco delle funzioni che determinano lo stato e le esperienze del nostro essere nervoso; nella mente, sia attraverso le emozioni del cuore o la volontà attiva e l’intendimento, sia, in modo più ampio, con la conversione della coscienza mentale in tutte le sue attività. Può anche compiersi un risveglio diretto alla Verità ed alla Beatitudine universali o trascendenti, quando nella mente l’ego centrale si converte. Il punto di contatto che scegliamo determina il tipo di yoga che praticheremo. Lo scopo dello yoga è di entrare nella Presenza e nella coscienza divine ed esserne posseduti, amare il Divino solamente per il divino e, nella nostra volontà, nelle nostre attività, e nella nostra vita essere gli strumenti del Divino.” Sri Aurobindo

Ramana Maharishi
3rd Mag, 2012 da Ananda Saraswati

Bhagavan, alla nascita, nel 1879, ricevette in nome di Venkateswaram Ayyar, che corrispondeva al nome della divinita’ della loro famiglia, Sri Venkateswara of Tirumala. In seguito, quando si iscrisse a scuola, il nome fu cambiato in Venkataraman. Bhagavan fu chiamato Ramana, o talvolta anche Ramani da un anziano parente di nome Lakshaman Ayyar, che era erudito in Telugu. Bhagavan, da ragazzo, imparo’ un po’ di Telugu e conversava in tale lingua con questo parente. Di conseguenza, comincio’ a chiamare su padre Nayana, l’equivalente Telugu per ‘Papà’. Dopo la morte di suo padre, il giovane Venkataraman e suo fratello Nagaswami furono mandati a Dindigul a casa di un loro zio, di modo che potessero ricevere un’istruzione in inglese. Quando il loro zio fu trasferito a Madurai, i due ragazzi lo seguirono.

Ramana crebbe come un ragazzo assolutamente normale. Fu mandato a una scuola elementare a Tirucculi, e quindi per un anno in una scuola a Dindigul. Quando ebbe compiuto dodici anni, suo padre mori’. Di conseguenza dovette trasferirsi a Madurai con la famiglia, e vivere con lo zio paterno Subbaiyar. Qui fu mandato alla Scott’s Middle School e poi alla American Mission High School. Era uno studente mediocre, molto poco impegnato nei suoi studi. Ma era forte e pieno di salute.

Un giorno (all’eta’ di diciassette anni) stava sedendo al primo piano nella casa di suo zio. Si sentiva bene, come suo solito. Non c’era niente di strano riguardo alla sua salute. Ma, improvvisamente, venne afferrato da un’inesplicabile paura della morte. Si senti’ come se stesse per morire. Perche’ avesse questa sensazione non lo sapeva. La sensazione della morte imminente, comunque, non lo innervosi’. Con calma penso’ a cosa avrebbe dovuto fare. Si disse: “Adesso, e’ arrivata la morte. Cosa significa? Cosa e’ che sta morendo? Il corpo muore.” Subito dopo si sdraio’ allungando le sue membra e tenendole irrigidite come per il rigor mortis. Trattenne il respiro e serro’ con forza le labbra, cosi’ che all’apparenza il corpo sembrasse un cadavere. Ora, cosa sarebbe accaduto? Penso’: “Bene, questo corpo e’ morto. Sara’ portato via al campo di cremazione, verra’ bruciato e ridotto in cenere. Ma con la morte di questo corpo, sono morto anch’io? Il corpo e’ ‘Io’? Questo corpo e’ silenzioso e inerte. Ma io sento la piena forza della mia personalita’ e anche la voce dell’ ‘Io’ denro di me, separata da esso. Cosi’ io sono lo Spirito che trascende il corpo. Il corpo muore, ma lo Spirito che trascende il corpo non puo’ essere toccato dalla morte. Questo significa che io sono lo Spirito immortale.” “Tutto questo non fu un semplice pensiero; baleno’ in me vividamente come una Verita’ che percepivo direttamente… Da quel momento in poi, l’ ‘Io’ o Sé’ focalizzo’ l’attenzione su se stesso con un potente fascino. La paura della morte era svanita una volta per sempre. L’Assorbimento nel Sé continuo’ ininterrotto da allora in poi.”

Si noto’ un completo cambiamento nella vita di questo ragazzo. Le cose che aveva stimato in precedenza, persero adesso il loro valore. I valori spirituali che aveva ignorato fino ad allora divennero il suo unico oggetto di attenzione.

Vide che non aveva alcun senso di fingere di studiare e di essere il suo vecchio se’. Decise di andar via da casa; e ricordo’ che c’era un posto in cui andare, Tiruvannamalai.

Il resto della vita di Ramana fu passato a Tiruvannamalai.

Quando le persone andavano da lui con le loro storie, lui rideva con loro, e a volte piangeva con quelli che erano afflitti. In questo modo, sembrava rispecchiare le emozioni degli altri. Bhagavan non alzava mai la sua voce e se occasionalmente sembrava arrabbiato, non ce ne era segno sulla superficie della sua pace. Se gli si parlava subito dopo, rispondeva con grande calma e tranquillita’. Non toccava mai soldi, non perche’ li odiasse -sapeva che erano necessari per la vita quotidiana- bensi’ perche’ non ne ebbe mai bisogno e non ne era interessato.

Lo spirito di equita’ e non-aggressivita’ che permeava il saggio (N.d.T.:la parola piu’ giusta sarebbe il termine sanscrito samathva: il considerare e trattare tutte le creature allo stesso modo) e l’ambiente intorno a lui, fece si’ che anche gli animali e gli uccelli gli fossero amici. Lui mostrava loro la stessa considerazione che mostrava agli esseri umani quando andavano da lui. Quando si riferiva a qualcuno di loro, usava sempre la forma ‘lui’ o ‘lei’, e mai ‘esso’. Uccelli e scoiattoli costruivano i loro nidi intorno a lui. Mucche, cani e scimmie trovarono asilo nell’Asrama. Tutti loro si comportavano in modo intelligente, specialmente la mucca Lakshmi. Lui conosceva i loro comportamenti abbastanza bene. Si preoccupava che venisse dato loro da mangiare in modo appropriato. E, quando qualcuno di loro moriva, il corpo veniva sepolto con una piccola cerimonia.

La vita nell’Asrama scorreva tranquillamente. Con il passare del tempo vennero sempre piu’ visitatori, alcuni per brevi, altri per lunghi periodi. Le dimensioni dell’Asrama si accrebbero, e nuove piccole costruzioni vennero aggiunte: una stalla, una scuola per lo studio dei Veda, un centro per la pubblicazione, il tempio della Madre, ecc.

Ramana sedeva la maggior parte del tempo nella Sala, come testimone di tutto quello che accadeva intorno a lui.

Non permetteva mai che gli venisse mostrata qualsiasi preferenza, e nella sala del pranzo era inflessibile su questo punto. Se qualcuno gli portava qualche speciale medicina o tonico, lo faceva dividere con tutti gli altri. “Se va bene per me, allora deve andare bene anche per gli altri,” diceva e lo faceva distribuire a tutti.

Il 5 Febbraio 1949, ebbe inizio la tragedia della malattia finale. Bhagavan si sfregava frequentemente il gomito sinistro, che aveva una qualche irritazione. Il suo attendente lo guardo’ attentamente per capire il problema e trovo’ una piccola ciste della grandezza di un pisello. Il dottore decise che era una cosa di poca importanza e decise di asportarla con un’anestesia locale; l’operazione venne svolta nella stanza da bagno. La cortina sull’ultimo atto stava per scendere. La ciste si rivelo’ un sarcoma maligno.

Ramana era abbastanza distaccato, e del tutto indifferente alla sua sofferenza. Sedeva come uno spettatore che guardava la malattia che distruggeva il corpo. Ma i suoi occhi brillavano luminosi come non mai (N.d.T.: guardate la fotografia nella Homepage per capire… fu scattata proprio in quei giorni); e la sua Grazia scorreva verso tutti gli esseri. Le folle arrivarono in gran numero. Ramana insiste’ che a tutti dovesse essere concesso di vederlo (di avere cioe’ il suo darsan). I devoti desideravano profondamente che il saggio curasse il suo corpo con l’esercizio dei poteri sovrannaturali. Ramana aveva molta comprensione per coloro che si addoloravano per la sua sofferenza, e cercava di confortarli ricordando loro la verita’ che Bhagavan non era il corpo: “Loro scambiano questo corpo per Bhagavan e attribuiscono a lui la sofferenza. Che peccato! Sono abbattuti perche’ credono che Bhagavan stia per lasciarli e per andar via – ma dove potrebbe andare, e come?”

La fine arrivo’ il 14 Aprile 1950. Quella sera il saggio diede il darsan ai devoti che erano venuti. Tutti quelli presenti nell’Asram sapevano che la fine era vicina. Sedevano cantando l’inno di Ramana ad Arunachala con il ritornello Arunachala-Siva. Il saggio chiese ai suoi attendenti di aiutarlo a mettersi seduto. Apri’ i suoi occhi luminosi per un po’; ci fu un sorriso; una lacrima di beatitudine scese dall’angolo esterno dei suoi occhi; e alle 20.47 il respiro si fermo’. Non ci furono convulsioni, ne’ spasmi, nessun segno di morte.

In quel momento una cometa (una cometa che fu vista in tutta l’India) attraverso’ lentamente il cielo, raggiunse la sommita’ della collina sacra, Arunachala, e scomparve dietro di essa.

Fonte:www.maharshi.bizland.com

La Divina Coscienza (Paramahansa Yogananda)
24th Mar, 2012 da Nirvaira

La Meditazione
22nd Set, 2011 da Ananda Saraswati

La meditazione è una pratica che porta a conoscere se stessi,elimina l’agitazione mentale e le tensioni interiori.

I momenti più propizi per la pratica della meditazione sono prima dell’alba e la sera, prima di addormentarsi.

Tenendo conto però dei ritmi della vita moderna, possiamo dire che ogni momento è quello giusto.

La durata minima di una meditazione è di 20 minuti, due volte al giorno.

E’ importante evitare di praticare la meditazione se si è stanchi o esausti. Leggi il resto… »

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