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Ramana Maharshi – Cinque versi sul Sé
23rd Ott, 2015 da Ananda Saraswati

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Quaderno Advaita & Vedanta N. 5 – 27 Luglio 2006
Commento a cura di Bodhananda

Questi sono gli ultimi versi composti da Sri Ramana Maharshi.
Furono scritti su richiesta di una devota, Suri Nagamma, autore del libro “Lettere dal Ramanasram”. Bhagavan li scrisse in Telegu, usando però una forma metrica Tamil, chiamata venba, e quindi li tradusse in Tamil. Poiché già esisteva una composizione di Shankara chiamata ‘Atma Paanchakam’, Bhagavan decise di chiamare la sua composizione ‘Ekatma Panchakam’.

 

1. When, forgetting the Self, one thinks that the body is oneself and goes through innumerable births and in the end remembers and becomes the Self, know this is only like awaking from a dream wherein one has wandered over all the world.

1. «Quando, dimenticando il Sé, si pensa di essere il corpo… Quando si è errato fra innumerevoli nascite… Quando, alla fine, ricordando si diviene il Sé… Sappi che è solo come svegliarsi da un sogno, in cui si è vagato in tutto il mondo.»

 

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Chi Sono Io? (I parte)
3rd Gen, 2013 da Ananda Saraswati

“L’investigazione del Sé conduce direttamente alla realizzazione del Sé rimuovendo gli ostacoli che vi fanno pensare che il Sé non sia ancora realizzato”

(Sri Ramana Maharshi)

Sri Ramana MaharishiChi sono io (Nar Yar)
Tutti gli esseri viventi desiderano essere sempre felici, senza alcuna miseria. In tutti c’è un amore supremo per se stessi. E solamente la felicità è la causa dell’amore. Allo scopo quindi di raggiungere quella felicità che è la propria natura e che viene sperimentata nello stato di sonno profondo, dove non c’è mente, si dovrebbe conoscere se stessi. Per raggiungere ciò, il Percorso della Conoscenza, l’investigazione nella forma del “Chi sono Io?”, è il mezzo principale.

1. Chi sono Io?
Il corpo grossolano che è composto da sette umori (dhatus), io non sono; i cinque organi di senso cognitivi, ossia, il senso dell’ascolto, del tatto, della vista, del gusto e dell’odorato, che sono collegati con i rispettivi oggetti, ossia, suono, tocco, colore, gusto e odore, io non sono; i cinque organi di senso cognitivi, ossia, gli organi di parola, movimento, afferrare, espellere e procreare, che hanno le loro rispettive funzioni del parlare, muoversi, afferrare, espellere e gioire, io non sono; le cinque arie vitali, il prana, ecc. che compiono rispettivamente le cinque funzioni di inspiro ecc., io non sono; Anche la mente che pensa, io non sono; anche la nescienza che è dotata solamente delle impressioni residue degli oggetto, e nella quale non ci sono oggetti ne funzionamenti, io non sono.

2. Se non sono nulla di tutto questo, allora chi sono Io?
Dopo aver negato tutti i summenzionati come “non questo”, “non questo”, rimane solamente quella Consapevolezza – che io sono.

3. Qual è la natura della Consapevolezza?
La natura della Consapevolezza è esistenza-coscienza-beatitudine

4. Quando si conquisterà la realizzazione del Sé?
Quando il mondo che è ciò-che-viene-visto sarà rimosso, allora ci sarà la realizzazione del Sé che è colui che vede.

5. Non ci sarà realizzazione del Sé mentre il mondo esiste (viene visto come reale)?
Non ci sarà.

6. Perché?
Colui che vede e l’oggetto visto sono come la corda e il serpente. Così come la conoscenza della corda che è il substrato non emergerà finché non se ne andrà la falsa conoscenza del serpente illusorio, così la realizzazione del Sé che è il substrato non verrà raggiunta finché non viene rimossa l’idea che il mondo è reale. Leggi il resto… »

Ramana Maharishi
3rd Mag, 2012 da Ananda Saraswati

Bhagavan, alla nascita, nel 1879, ricevette in nome di Venkateswaram Ayyar, che corrispondeva al nome della divinita’ della loro famiglia, Sri Venkateswara of Tirumala. In seguito, quando si iscrisse a scuola, il nome fu cambiato in Venkataraman. Bhagavan fu chiamato Ramana, o talvolta anche Ramani da un anziano parente di nome Lakshaman Ayyar, che era erudito in Telugu. Bhagavan, da ragazzo, imparo’ un po’ di Telugu e conversava in tale lingua con questo parente. Di conseguenza, comincio’ a chiamare su padre Nayana, l’equivalente Telugu per ‘Papà’. Dopo la morte di suo padre, il giovane Venkataraman e suo fratello Nagaswami furono mandati a Dindigul a casa di un loro zio, di modo che potessero ricevere un’istruzione in inglese. Quando il loro zio fu trasferito a Madurai, i due ragazzi lo seguirono.

Ramana crebbe come un ragazzo assolutamente normale. Fu mandato a una scuola elementare a Tirucculi, e quindi per un anno in una scuola a Dindigul. Quando ebbe compiuto dodici anni, suo padre mori’. Di conseguenza dovette trasferirsi a Madurai con la famiglia, e vivere con lo zio paterno Subbaiyar. Qui fu mandato alla Scott’s Middle School e poi alla American Mission High School. Era uno studente mediocre, molto poco impegnato nei suoi studi. Ma era forte e pieno di salute.

Un giorno (all’eta’ di diciassette anni) stava sedendo al primo piano nella casa di suo zio. Si sentiva bene, come suo solito. Non c’era niente di strano riguardo alla sua salute. Ma, improvvisamente, venne afferrato da un’inesplicabile paura della morte. Si senti’ come se stesse per morire. Perche’ avesse questa sensazione non lo sapeva. La sensazione della morte imminente, comunque, non lo innervosi’. Con calma penso’ a cosa avrebbe dovuto fare. Si disse: “Adesso, e’ arrivata la morte. Cosa significa? Cosa e’ che sta morendo? Il corpo muore.” Subito dopo si sdraio’ allungando le sue membra e tenendole irrigidite come per il rigor mortis. Trattenne il respiro e serro’ con forza le labbra, cosi’ che all’apparenza il corpo sembrasse un cadavere. Ora, cosa sarebbe accaduto? Penso’: “Bene, questo corpo e’ morto. Sara’ portato via al campo di cremazione, verra’ bruciato e ridotto in cenere. Ma con la morte di questo corpo, sono morto anch’io? Il corpo e’ ‘Io’? Questo corpo e’ silenzioso e inerte. Ma io sento la piena forza della mia personalita’ e anche la voce dell’ ‘Io’ denro di me, separata da esso. Cosi’ io sono lo Spirito che trascende il corpo. Il corpo muore, ma lo Spirito che trascende il corpo non puo’ essere toccato dalla morte. Questo significa che io sono lo Spirito immortale.” “Tutto questo non fu un semplice pensiero; baleno’ in me vividamente come una Verita’ che percepivo direttamente… Da quel momento in poi, l’ ‘Io’ o Sé’ focalizzo’ l’attenzione su se stesso con un potente fascino. La paura della morte era svanita una volta per sempre. L’Assorbimento nel Sé continuo’ ininterrotto da allora in poi.”

Si noto’ un completo cambiamento nella vita di questo ragazzo. Le cose che aveva stimato in precedenza, persero adesso il loro valore. I valori spirituali che aveva ignorato fino ad allora divennero il suo unico oggetto di attenzione.

Vide che non aveva alcun senso di fingere di studiare e di essere il suo vecchio se’. Decise di andar via da casa; e ricordo’ che c’era un posto in cui andare, Tiruvannamalai.

Il resto della vita di Ramana fu passato a Tiruvannamalai.

Quando le persone andavano da lui con le loro storie, lui rideva con loro, e a volte piangeva con quelli che erano afflitti. In questo modo, sembrava rispecchiare le emozioni degli altri. Bhagavan non alzava mai la sua voce e se occasionalmente sembrava arrabbiato, non ce ne era segno sulla superficie della sua pace. Se gli si parlava subito dopo, rispondeva con grande calma e tranquillita’. Non toccava mai soldi, non perche’ li odiasse -sapeva che erano necessari per la vita quotidiana- bensi’ perche’ non ne ebbe mai bisogno e non ne era interessato.

Lo spirito di equita’ e non-aggressivita’ che permeava il saggio (N.d.T.:la parola piu’ giusta sarebbe il termine sanscrito samathva: il considerare e trattare tutte le creature allo stesso modo) e l’ambiente intorno a lui, fece si’ che anche gli animali e gli uccelli gli fossero amici. Lui mostrava loro la stessa considerazione che mostrava agli esseri umani quando andavano da lui. Quando si riferiva a qualcuno di loro, usava sempre la forma ‘lui’ o ‘lei’, e mai ‘esso’. Uccelli e scoiattoli costruivano i loro nidi intorno a lui. Mucche, cani e scimmie trovarono asilo nell’Asrama. Tutti loro si comportavano in modo intelligente, specialmente la mucca Lakshmi. Lui conosceva i loro comportamenti abbastanza bene. Si preoccupava che venisse dato loro da mangiare in modo appropriato. E, quando qualcuno di loro moriva, il corpo veniva sepolto con una piccola cerimonia.

La vita nell’Asrama scorreva tranquillamente. Con il passare del tempo vennero sempre piu’ visitatori, alcuni per brevi, altri per lunghi periodi. Le dimensioni dell’Asrama si accrebbero, e nuove piccole costruzioni vennero aggiunte: una stalla, una scuola per lo studio dei Veda, un centro per la pubblicazione, il tempio della Madre, ecc.

Ramana sedeva la maggior parte del tempo nella Sala, come testimone di tutto quello che accadeva intorno a lui.

Non permetteva mai che gli venisse mostrata qualsiasi preferenza, e nella sala del pranzo era inflessibile su questo punto. Se qualcuno gli portava qualche speciale medicina o tonico, lo faceva dividere con tutti gli altri. “Se va bene per me, allora deve andare bene anche per gli altri,” diceva e lo faceva distribuire a tutti.

Il 5 Febbraio 1949, ebbe inizio la tragedia della malattia finale. Bhagavan si sfregava frequentemente il gomito sinistro, che aveva una qualche irritazione. Il suo attendente lo guardo’ attentamente per capire il problema e trovo’ una piccola ciste della grandezza di un pisello. Il dottore decise che era una cosa di poca importanza e decise di asportarla con un’anestesia locale; l’operazione venne svolta nella stanza da bagno. La cortina sull’ultimo atto stava per scendere. La ciste si rivelo’ un sarcoma maligno.

Ramana era abbastanza distaccato, e del tutto indifferente alla sua sofferenza. Sedeva come uno spettatore che guardava la malattia che distruggeva il corpo. Ma i suoi occhi brillavano luminosi come non mai (N.d.T.: guardate la fotografia nella Homepage per capire… fu scattata proprio in quei giorni); e la sua Grazia scorreva verso tutti gli esseri. Le folle arrivarono in gran numero. Ramana insiste’ che a tutti dovesse essere concesso di vederlo (di avere cioe’ il suo darsan). I devoti desideravano profondamente che il saggio curasse il suo corpo con l’esercizio dei poteri sovrannaturali. Ramana aveva molta comprensione per coloro che si addoloravano per la sua sofferenza, e cercava di confortarli ricordando loro la verita’ che Bhagavan non era il corpo: “Loro scambiano questo corpo per Bhagavan e attribuiscono a lui la sofferenza. Che peccato! Sono abbattuti perche’ credono che Bhagavan stia per lasciarli e per andar via – ma dove potrebbe andare, e come?”

La fine arrivo’ il 14 Aprile 1950. Quella sera il saggio diede il darsan ai devoti che erano venuti. Tutti quelli presenti nell’Asram sapevano che la fine era vicina. Sedevano cantando l’inno di Ramana ad Arunachala con il ritornello Arunachala-Siva. Il saggio chiese ai suoi attendenti di aiutarlo a mettersi seduto. Apri’ i suoi occhi luminosi per un po’; ci fu un sorriso; una lacrima di beatitudine scese dall’angolo esterno dei suoi occhi; e alle 20.47 il respiro si fermo’. Non ci furono convulsioni, ne’ spasmi, nessun segno di morte.

In quel momento una cometa (una cometa che fu vista in tutta l’India) attraverso’ lentamente il cielo, raggiunse la sommita’ della collina sacra, Arunachala, e scomparve dietro di essa.

Fonte:www.maharshi.bizland.com

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