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Equinozio 2016 – Sole, il suo potere miracoloso
20th Mar, 2016 da Ananda Saraswati

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Con l’Equinozio di primavera, oggi siamo entrati in un altro ciclo.Mentre la giornata è uguale alla notte cosa che avviene oggi, si creano delle energie particolari che portano una trasformazione profonda della natura esteriore ed interiore. In questo periodo tutto si risveglia alla vita e tende a gioire delle energie profonde della primavera. Anticamente nelle diverse tradizioni spirituali, si affermava che ogni forma di evoluzione ha tre tappe: creazione, mantenimento e dissoluzione, a tutte si aggiunge il momento di apogeo a quelllo che si è creato. L’Equionozio di primavera rappresenta la creazione. Nelle diverse culture del Sud America, degli indiani d’America, Oriente si faceva la danza del Sole, si piantava un albero, cantavano e meditavano , celebravano questo giorno.
In sanscrito il Sole è chiamato, Surya, è importante oggi a connetersi con Surya attraverso la meditazione e chiedere che accenda la luce solare dentro di noi.

Buon inizio a tutti!

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Mooji
26th Apr, 2014 da Ananda Saraswati

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“Non mi mettere su un piedistallo e non incasellarmi.
Io non sono quello che percepisci.
Non c’è nulla di oggettivo che posso dire su di me e che possa rimanere vero.
Ho cercato e non ho trovato una posizione oggettiva per quello che sono.
So di essere consapevole che la percezione sta accadendo spontaneamente nel mio Sé, ma non c’è un ‘qualcuno’ lì che fa o ottiene qualcosa.
Non c’è differenza tra te e me, tranne che io so di non essere una persona e tu senti di esserlo.
Faccio del mio meglio per sfidarti, confrontarti, stimolarti, ispirarti e incoraggiarti in modo che tu possa confermarlo da te.
Non posso aiutarti a fare questo, accade e basta.” Leggi il resto… »

Lo scopo della Vita
23rd Nov, 2013 da Ananda Saraswati

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Cerchiamo di scoprire dove risiede la felicità, se nelle cose del mondo, come il denaro, gli svaghi, il sesso, la famiglia, o invece nell’interiorità più profonda dell’uomo, nell’anima di ognuno di noi.Anche la felicità ha una storia che bisogna conoscere, un lungo viaggio da raccontare. Vediamo quali sono i momenti più significativi delle sue manifestazioni, al fine di cogliere il senso della nostra vita.Appena fa ingresso nel mondo, il bambino vede la sua gioia tutta racchiusa nell’immagine della madre, la sua unica fonte di felicità è il grembo materno. Non c’è niente che possa procurargli soddisfazione quanto le carezze e i giochi inventati dall’amore dei genitori. Egli ride di cuore e nella sua mente non esiste altro, né gli oggetti dei sensi, né i soldi, né il lavoro, cose per lui inutili e di nessun valore.Trascorre qualche anno e la felicità del bambino cambia direzione, spostandosi sui giocattoli. La madre non è più al centro della sua attenzione, la fonte unica della sua gioia, non lo attrae quanto gli oggetti dei suoi svaghi. Leggi il resto… »
Chi sono Io? (II parte)
3rd Gen, 2013 da Ananda Saraswati

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16. Qual è la natura del Sé?
Ciò che in verità esiste è solo il Sé. Il mondo, l’anima individuale, e Dio sono apparenze in esso, come l’argento nella madre perla; questi tre appaiono e scompaiono nel medesimo istante.
Il Sé esiste dove non c’è assolutamente un “Io” – pensiero. Ciò viene chiamato “Silenzio”. Il Sé stesso è il mondo; il Sé stesso è l’”Io”; il Sé stesso è Dio; tutto è Siva, il Sé.

17. Non è tutto il lavoro di Dio?
Senza desiderio, determinazione o sforzo, il sole sorge, e nella sua mera presenza, la pietra solare emette fuoco, il loro fiorisce, l’acqua evapora, la gente compie le diverse azioni e poi riposa. Così come alla presenza del magnete l’ago si muove, è grazie alla virtù della presenza di Dio che le anime governate dalle tre funzioni (cosmiche) o dalla quintuplice attività divina compiono le loro azioni e poi riposano, in accordo con i loro rispettivi karma. Dio non ha volontà; nessun karma si attacca a Lui. E’ come per le azioni mondane che non influiscono sul sole, o come i meriti e i demeriti degli altri quattro elementi che non influiscono sullo spazio che pervade tutto.

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Ramana Maharishi
3rd Mag, 2012 da Ananda Saraswati

Bhagavan, alla nascita, nel 1879, ricevette in nome di Venkateswaram Ayyar, che corrispondeva al nome della divinita’ della loro famiglia, Sri Venkateswara of Tirumala. In seguito, quando si iscrisse a scuola, il nome fu cambiato in Venkataraman. Bhagavan fu chiamato Ramana, o talvolta anche Ramani da un anziano parente di nome Lakshaman Ayyar, che era erudito in Telugu. Bhagavan, da ragazzo, imparo’ un po’ di Telugu e conversava in tale lingua con questo parente. Di conseguenza, comincio’ a chiamare su padre Nayana, l’equivalente Telugu per ‘Papà’. Dopo la morte di suo padre, il giovane Venkataraman e suo fratello Nagaswami furono mandati a Dindigul a casa di un loro zio, di modo che potessero ricevere un’istruzione in inglese. Quando il loro zio fu trasferito a Madurai, i due ragazzi lo seguirono.

Ramana crebbe come un ragazzo assolutamente normale. Fu mandato a una scuola elementare a Tirucculi, e quindi per un anno in una scuola a Dindigul. Quando ebbe compiuto dodici anni, suo padre mori’. Di conseguenza dovette trasferirsi a Madurai con la famiglia, e vivere con lo zio paterno Subbaiyar. Qui fu mandato alla Scott’s Middle School e poi alla American Mission High School. Era uno studente mediocre, molto poco impegnato nei suoi studi. Ma era forte e pieno di salute.

Un giorno (all’eta’ di diciassette anni) stava sedendo al primo piano nella casa di suo zio. Si sentiva bene, come suo solito. Non c’era niente di strano riguardo alla sua salute. Ma, improvvisamente, venne afferrato da un’inesplicabile paura della morte. Si senti’ come se stesse per morire. Perche’ avesse questa sensazione non lo sapeva. La sensazione della morte imminente, comunque, non lo innervosi’. Con calma penso’ a cosa avrebbe dovuto fare. Si disse: “Adesso, e’ arrivata la morte. Cosa significa? Cosa e’ che sta morendo? Il corpo muore.” Subito dopo si sdraio’ allungando le sue membra e tenendole irrigidite come per il rigor mortis. Trattenne il respiro e serro’ con forza le labbra, cosi’ che all’apparenza il corpo sembrasse un cadavere. Ora, cosa sarebbe accaduto? Penso’: “Bene, questo corpo e’ morto. Sara’ portato via al campo di cremazione, verra’ bruciato e ridotto in cenere. Ma con la morte di questo corpo, sono morto anch’io? Il corpo e’ ‘Io’? Questo corpo e’ silenzioso e inerte. Ma io sento la piena forza della mia personalita’ e anche la voce dell’ ‘Io’ denro di me, separata da esso. Cosi’ io sono lo Spirito che trascende il corpo. Il corpo muore, ma lo Spirito che trascende il corpo non puo’ essere toccato dalla morte. Questo significa che io sono lo Spirito immortale.” “Tutto questo non fu un semplice pensiero; baleno’ in me vividamente come una Verita’ che percepivo direttamente… Da quel momento in poi, l’ ‘Io’ o Sé’ focalizzo’ l’attenzione su se stesso con un potente fascino. La paura della morte era svanita una volta per sempre. L’Assorbimento nel Sé continuo’ ininterrotto da allora in poi.”

Si noto’ un completo cambiamento nella vita di questo ragazzo. Le cose che aveva stimato in precedenza, persero adesso il loro valore. I valori spirituali che aveva ignorato fino ad allora divennero il suo unico oggetto di attenzione.

Vide che non aveva alcun senso di fingere di studiare e di essere il suo vecchio se’. Decise di andar via da casa; e ricordo’ che c’era un posto in cui andare, Tiruvannamalai.

Il resto della vita di Ramana fu passato a Tiruvannamalai.

Quando le persone andavano da lui con le loro storie, lui rideva con loro, e a volte piangeva con quelli che erano afflitti. In questo modo, sembrava rispecchiare le emozioni degli altri. Bhagavan non alzava mai la sua voce e se occasionalmente sembrava arrabbiato, non ce ne era segno sulla superficie della sua pace. Se gli si parlava subito dopo, rispondeva con grande calma e tranquillita’. Non toccava mai soldi, non perche’ li odiasse -sapeva che erano necessari per la vita quotidiana- bensi’ perche’ non ne ebbe mai bisogno e non ne era interessato.

Lo spirito di equita’ e non-aggressivita’ che permeava il saggio (N.d.T.:la parola piu’ giusta sarebbe il termine sanscrito samathva: il considerare e trattare tutte le creature allo stesso modo) e l’ambiente intorno a lui, fece si’ che anche gli animali e gli uccelli gli fossero amici. Lui mostrava loro la stessa considerazione che mostrava agli esseri umani quando andavano da lui. Quando si riferiva a qualcuno di loro, usava sempre la forma ‘lui’ o ‘lei’, e mai ‘esso’. Uccelli e scoiattoli costruivano i loro nidi intorno a lui. Mucche, cani e scimmie trovarono asilo nell’Asrama. Tutti loro si comportavano in modo intelligente, specialmente la mucca Lakshmi. Lui conosceva i loro comportamenti abbastanza bene. Si preoccupava che venisse dato loro da mangiare in modo appropriato. E, quando qualcuno di loro moriva, il corpo veniva sepolto con una piccola cerimonia.

La vita nell’Asrama scorreva tranquillamente. Con il passare del tempo vennero sempre piu’ visitatori, alcuni per brevi, altri per lunghi periodi. Le dimensioni dell’Asrama si accrebbero, e nuove piccole costruzioni vennero aggiunte: una stalla, una scuola per lo studio dei Veda, un centro per la pubblicazione, il tempio della Madre, ecc.

Ramana sedeva la maggior parte del tempo nella Sala, come testimone di tutto quello che accadeva intorno a lui.

Non permetteva mai che gli venisse mostrata qualsiasi preferenza, e nella sala del pranzo era inflessibile su questo punto. Se qualcuno gli portava qualche speciale medicina o tonico, lo faceva dividere con tutti gli altri. “Se va bene per me, allora deve andare bene anche per gli altri,” diceva e lo faceva distribuire a tutti.

Il 5 Febbraio 1949, ebbe inizio la tragedia della malattia finale. Bhagavan si sfregava frequentemente il gomito sinistro, che aveva una qualche irritazione. Il suo attendente lo guardo’ attentamente per capire il problema e trovo’ una piccola ciste della grandezza di un pisello. Il dottore decise che era una cosa di poca importanza e decise di asportarla con un’anestesia locale; l’operazione venne svolta nella stanza da bagno. La cortina sull’ultimo atto stava per scendere. La ciste si rivelo’ un sarcoma maligno.

Ramana era abbastanza distaccato, e del tutto indifferente alla sua sofferenza. Sedeva come uno spettatore che guardava la malattia che distruggeva il corpo. Ma i suoi occhi brillavano luminosi come non mai (N.d.T.: guardate la fotografia nella Homepage per capire… fu scattata proprio in quei giorni); e la sua Grazia scorreva verso tutti gli esseri. Le folle arrivarono in gran numero. Ramana insiste’ che a tutti dovesse essere concesso di vederlo (di avere cioe’ il suo darsan). I devoti desideravano profondamente che il saggio curasse il suo corpo con l’esercizio dei poteri sovrannaturali. Ramana aveva molta comprensione per coloro che si addoloravano per la sua sofferenza, e cercava di confortarli ricordando loro la verita’ che Bhagavan non era il corpo: “Loro scambiano questo corpo per Bhagavan e attribuiscono a lui la sofferenza. Che peccato! Sono abbattuti perche’ credono che Bhagavan stia per lasciarli e per andar via – ma dove potrebbe andare, e come?”

La fine arrivo’ il 14 Aprile 1950. Quella sera il saggio diede il darsan ai devoti che erano venuti. Tutti quelli presenti nell’Asram sapevano che la fine era vicina. Sedevano cantando l’inno di Ramana ad Arunachala con il ritornello Arunachala-Siva. Il saggio chiese ai suoi attendenti di aiutarlo a mettersi seduto. Apri’ i suoi occhi luminosi per un po’; ci fu un sorriso; una lacrima di beatitudine scese dall’angolo esterno dei suoi occhi; e alle 20.47 il respiro si fermo’. Non ci furono convulsioni, ne’ spasmi, nessun segno di morte.

In quel momento una cometa (una cometa che fu vista in tutta l’India) attraverso’ lentamente il cielo, raggiunse la sommita’ della collina sacra, Arunachala, e scomparve dietro di essa.

Fonte:www.maharshi.bizland.com

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