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LO SCOPO DELLA VITA (1 & 2)
2nd Gen, 2012 da Nirvaira

– Lettura di Hazrat Inayat Khan, sulla quale si può CONTEMPLARE E MEDITARE –

La domanda che ciascuno si pone, non appena l’intelligenza si sviluppa, è questa: “Perché sono qui?” “Qual è lo scopo della mia vita?”

Ciascun essere ha un’idea diversa riguardo a quale sia lo scopo della vita. Alcuni credono che lo scopo della vita consista nell’essere virtuosi, e, tramite la pratica della virtù, essere felici. Ma la virtù, cos’è? Ci sono cose che a noi sembrano molto virtuose, ma che ad altri non sembrano virtuose affatto. Ciò che può essere virtù in una circostanza può essere peccato in un’altra. E quel che sembra molto virtuoso visto dall’esterno, potrebbe essere molto diverso se lo vedessimo dall’interno.

Di un uomo con un rosario in mano, seduto sulle scale del santuario, il mondo dirà: “Costui è molto virtuoso”. Ma anche se fosse interiormente molto virtuoso, il mondo non darà mai del virtuoso a un uomo che passeggia nei bassifondi o siede nei bar; questo per il semplice fatto che egli siede nei bar e passeggia nei bassifondi.

Ci sono gli amanti di Dio e ci sono i venditori di Dio. Se in un tempio siede un uomo con la barba lunga e il rosario fra le mani, tutti andranno da lui, il santone! Costui fa della sua devozione uno spettacolo, un commercio. Poi ci sono gli amanti di Dio. Costoro non professano nessuno amore per Dio. Sta scritto: “Sii un amico al tuo interno; quel che appare non ha alcuna importanza”. Questo comportamento è raro nel mondo.

Vediamo come gli innamorati, agli inizi, nascondano il loro amore. Lei non pronuncia il nome di lui davanti ad altri. Lui non pronuncia il nome di lei davanti ad altri. Quanto più nasconderà ad altri il suo amore colui che inizia ad amare Dio! Egli non nomina il nome di Dio.

C’è chi ritiene sia il potere, lo scopo della vita. Vediamo però che mentre alcuni desiderano il potere, ad altri non interessa affatto. È impossibile che lo scopo di Dio, della Vita, sia qualcosa che non tutti desiderano. E se il potere fosse lo scopo della vita, il più potente dovrebbe essere perennemente felice.

Gli animali più potenti sono la tigre e il leone. Se andiamo dove sono le tigri, nella giungla, vediamo come la tigre sia sempre irrequieta, si muova su e giù in continuazione. Il suo potere è tanto grande da non darle requie. Ma se andiamo fra gli agnelli, che sono deboli, innocenti, indifesi, vediamo che gli agnelli giocano.

Un agnello non vuol mai averla vinta su un altro agnello. Se lo spaventi, china la testa e va a nascondersi. Se lo nutri si avvicina, mangia, e ti dà fiducia. Quando dorme, dorme tranquillamente. Ma nella giungla, dove sono la tigre e il leone, si sente ruggire tutta la notte. E una tigre non permette ad un’altra tigre di avvicinarsi a lei. Se giunge una seconda tigre, le due combatteranno finché una sia morta, e ne rimanga una sola. Se ti avvicini a loro durante il giorno, noterai come il loro respiro sia affannoso. Quello stesso respiro che rende altri calmi e tranquilli, non le dà pace. Lei non ha pace, non ha calma, non ha riposo. Andate davanti alla gabbia delle tigri, e vedrete.

Se il potere fosse lo scopo della vita, la nazione più felice dovrebbe essere la più potente. Ma è così? C’è chi ritiene sia il piacere, lo scopo della vita: mangiare, bere e divertirsi, ché domani moriremo. Questo è ciò che tutti pensano al termine degli studi: “Divertiamoci e stiamo allegri, ché domani potremmo essere morti”. Ma non riescono mai a soddisfarsi. Se oggi andiamo all’osteria, domani vorremo un ristorante più lussuoso. Se oggi viaggiamo in autobus, domani vorremo un’automobile nostra. Vogliamo, per potercela spassare, tutti i teatri e tutti i ristoranti. E chi ha la salute, o le tasche sempre piene, per tutto questo divertimento? Neanche i ricchi possono, neanche i re. Quanto poco dura un piacere. Una cosa così breve, così imperfetta, non può essere lo scopo di Dio.

Volgiamoci ora alla tradizione, e troveremo nel Corano: “Conosci te stesso e conosci Dio”. Un’altra sura recita: “Conosci Dio nella natura”. Ma nella natura non troviamo nulla di perfetto, nulla che possiamo chiamare Dio, nessun uomo perfetto, nessuna donna perfetta. Chi è molto colto, non è coraggioso. Chi è molto coraggioso, non conosce nulla. Chi ha una grande immaginazione, ignora quanti pence sono contenuti in uno scellino, ed è manchevole sotto questo aspetto. Se lei è bellissima, allora manca di intelligenza e di cultura. Se ha cultura, non ha bellezza. Se ha una personalità forte, non ha intelligenza. Se è molto intelligente allora manca di fascino e non ha personalità.

In quale aspetto della natura possiamo dunque vedere Dio? Puoi vederlo nella tua natura, nell’ego, nel sé. Come possiamo vedere Dio nell’ego? Abbandoniamo la tradizione e guardiamo la cosa dal punto di vista scientifico: vedremo che il sé consiste prima di tutto in carne, sangue, ossa, pelle e nel respiro che tiene insieme il tutto. Il respiro è la vita. Quando il respiro è uscito dal corpo, la vita è andata via. È il respiro che ha dato forma al corpo. E cos’è il respiro? Il respiro è il suono. Quando è pesante, è un suono che le nostre orecchie possono sentire. Quando è leggero, è un suono sottile che le nostre orecchie non possono sentire. Quando una persona dorme profondamente ne sentiamo il russare, il respiro. Se andate vicino a un cavallo o a una mucca, e ascoltate attentamente, dopo poco udrete un suono sottile, il respiro. Ciò dimostra che il respiro è il suono, ed è tramite il suono che tutto divenne. Ecco perché gli indù lo chiamano Wada Brahma, il Dio-suono. Nel Corano è scritto “Kun faya Kun”, “Sii, e divenne”.

Respiro a parte, se guardiamo in noi stessi, vedremo che c’è qualcos’altro. C’è qualcosa che testimonia il respiro. Si tratta della coscienza che, nel suo aspetto individuale, chiamiamo anima. Quindi una persona, tramite il suo intelletto, sa di essere un essere invisibile. Allora dice alla sua anima: “Sei rimasta tanto a lungo delusa da questo corpo. Hai creduto di essere il corpo, ma non lo sei. Tu sei uno spirito”.

Poi però si pensa: “Forse non sono uno spirito. Forse si tratta di immaginazione. Se fossi uno spirito potrei andare in Russia, potrei andare a New York. Ma non posso recarmi in Russia o a New York se non con il vapore e con il treno. E se voglio avere notizie, devo spedire un telegramma”.

Questa è la perfezione di cui parla il Vangelo. “Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre Celeste” significa questo: che lo spirito è conscio del corpo, e il corpo è conscio dello spirito. Quando è così, l’uomo è perfetto. L’anima gli dà la vita eterna, il corpo diviene per lui un mezzo di esperienza. Ma gli uomini sono consci solo del corpo, oppure, se consci dello spirito, sono consci solo di quello.

Come divenire consci dello spirito? Zeb-un-Nissa, la nostra grande poetessa Sufi, così si esprime: “Tu sei una goccia nell’oceano. Ma se mantieni il pensiero sull’oceano, anche tu sarai l’oceano”. Se abbiamo coscienza solo del nostro sé saremo come animali, cercando di avere tutto per noi, prendendo tutto per noi. Taluni poi sono consci del loro piccolo gruppo, o della loro famiglia. La loro famiglia, il loro piccolo gruppo, li adorano. Taluni sono consci della loro nazione: la loro nazione li adora. La prosperità della nazione è la loro prosperità, il tracollo della nazione, il loro tracollo. I Maestri invece hanno sempre l’umanità intera davanti agli occhi. È dell’intera umanità che sono coscienti. Essi pensano: “Se io non ho mangiato, ma il mio fratello ha mangiato, va tutto bene. Se io non ho avuto nulla, ma il mio fratello ha avuto, tutto è a posto”. Tramite la coscienza del tutto, l’anima acquista la sua libertà. Non è costretta in alcun luogo, non è costretta da alcuna condizione. Più ci apriamo, più realizziamo lo scopo della vita.

Ho conosciuto personalmente un giudice, a Hyderabad, che sedeva tutto il giorno in tribunale, e durante il pranzo udì un ragazzo cantare in strada. In India ai ragazzi piace molto cantare in strada. Il ragazzo cantava una canzone molto volgare. Il giudice mandò a chiamare il ragazzo e gli fece cantare la canzone. Gliela fece cantare una seconda volta, poi una terza, e poi ancora, tantissime volte. Era una canzone molto comune. Le parole non erano composte da un poeta, né la musica era composta da un musicista. Era un innamorato che cantava alla sua ragazza: “Mi guardi come se volessi mangiarmelo”: un’espressione molto volgare. Il giudice vedeva ogni giorno come nel mondo ciascuno cerchi di divorare l’altro, di prendergli il meglio, e la canzone lo commosse a tal punto che da quel giorno si ritirò a vita privata. Diede via tutto e divenne un derviscio.

Questa fu l’interpretazione del giudice, che il mondo -la ragazza- lo guardava come se volesse mangiarlo. Ciò significa che le attrazioni e le tentazioni del mondo sono tali da consumare la vita di una persona prima che questa possa svegliarsi e realizzare la verità della sua vita. Ma questo non è il vero scopo della vita. Il vero scopo della vita è l’illuminazione. È la sola cosa che abbia valore. Il tempo della vita, tutto lo sforzo dovrebbe essere dedicato a questo. A realizzare, a riconoscere Dio, Colui che è all’interno.

Hali, un poeta indù, così si esprime: “O occhi che desiderate vedere Dio, guardate all’interno, il Dio che voi adorate intorno, è dentro”. Significa che gli occhi dovrebbero essere rivolti all’interno, per vedere Dio dentro noi stessi. Scopo dell’uomo dovrebbe essere riconoscere quel Dio, e, realizzandolo, divenire libero. Per realizzare la sua vita, indipendente ed immortale, libero dalla morte e dal marciume, libero dalle angosce, dalle preoccupazioni e dai dispiaceri del mondo.

Lo scopo della vita (2)

È la vita stessa a dirigere l’uomo verso il suo scopo, ed è colpa dell’uomo se non riesce a realizzare lo scopo della vita. È una confusione che sorge nel vedere la varietà del mondo, quando l’anima si risveglia, dopo la nascita su questa terra. L’uomo si fa perplesso e non riesce a decidere con certezza quali debbano essere la direzione e il sentiero più appropriati per il suo viaggio. Perciò, molto spesso, dalla giovinezza all’età adulta, l’uomo resta in questa perplessità. Egli crede talora che il suo sentiero sia quello spirituale, talora che sia quello commerciale, talora la via politica, talora questo, talora quello. Ma allo stesso tempo non è colpa della vita, né di quello spirito guida che dirige costantemente. In realtà, nella culla e da bambino il sentiero della vita inizia a mostrarsi all’uomo; la via viene mostrata nell’infanzia. La confusione sorge quando l’uomo cresce, dal suo essere attratto da più cose, e dal non sapere cosa è cosa, cosa è giusto, cosa è sbagliato.

Non v’è dubbio che la prima impressione che si riceve del mondo sia un’impressione di falsità. Il bambino apre gli occhi nella sincerità, e la prima impressione è di falsità. Ciò lo confonde, ed egli prende l’abitudine di negare anche ciò che è giusto, e va contro ogni verità religiosa. Non è una sola persona che si rivolta, ma migliaia, milioni di persone. Il bambino nega, perché la prima impressione è di falsità. Cresce nella falsità, senza sapere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e a volte questa confusione dura fino alla fine della vita.

A questo riguardo, del distinguere quale sia l’oggetto della vita di una persona, Sa’adi offre un verso molto istruttivo: “Ogni anima che viene sulla terra, viene con una luce già accesa in lui, per il suo lavoro sulla terra”, e se non la conosce, la colpa è del mondo che lo circonda, non dello spirito o della natura.

Se indagate tra le maggiori e peggiori tragedie della vita, troverete che nessuna è più grande di questa. Tutta la felicità, tutta la ricchezza, tutto quel che il mondo ha da offrire, tutto equivale a niente. Il potere, i possedimenti, tutto questo ci dà l’illusione che il suo proprietario sia fortunato. Ma nulla di ciò che il mondo ha da offrire è sufficiente. La sola cosa davvero sufficiente è la benedizione del Cielo, quella luce tramite cui l’uomo inizia a vedere il suo sentiero nella vita.

Prima di giudicare l’atteggiamento di un’altra persona dobbiamo fermarci e pensare che diritto abbiamo di giudicare se quella stia andando in una direzione giusta o sbagliata. Possiamo soltanto giudicare noi stessi, se noi stiamo andando in una direzione giusta o sbagliata, quando possiamo vedere la nostra strada davanti a noi. Come ha detto Gesù Cristo “Non giudicare”. Secondo gli indù l’uomo d’abitudine si sente attratto verso quattro oggetti apparenti, e percepisce che una di queste è la sua via: il Dharma, l’Ardh, il Karma, il Moksha.

1) Il Dharma, il dovere. Talvolta una persona dedica l’intera vita e tutto ciò che possiede a qualcuno che ama: un fratello, una sorella, la madre, il padre, il figlio o la figlia, un profeta, un insegnante, una musa, qualcuno verso cui ritiene di avere un dovere. Può essere che la stessa via sia un sentiero giusto, desiderabile, buono e virtuoso per uno, e che per un altro sia una strada sbagliata. Ma chi mai ha il diritto di chiamare sbagliato il sentiero di un altro? Ha un uomo, per quanto evoluto possa essere, il diritto di giudicare la via di un altro? Questo diritto non può averlo, dal momento che a ciascuno compete di risolvere il proprio enigma.

2) L’Ardh, la terra. Tutto ciò che la terra può offrire, ricchezza, possedimenti, posizione o potere, tutto ciò che il mondo può dare; una persona lavora per questo, desidera questo. Egli pensa: “Questa è la via larga, la via pratica; è l’altro a non conoscere la via saggia, la via giusta!” e se riusciamo a vedere il rovescio della medaglia, le maggiori beneficenze vengono da coloro che hanno lavorato in questo modo, e dato. Come si può giudicare e dire che questa non è la via giusta? Forse la via tramite la quale uno è asceso a quella posizione o ricchezza da dove comanda, non può, per la maggior parte dell’umanità, definirsi sbagliata.

3) La via della felicità, del comfort, del piacere. La persona che persegue la felicità, il piacere, il comfort, molto spesso pensa agli altri, o perlomeno ne comprende i desideri. Colui che dorme in una foresta di pietre ignora ciò che il mondo vuole, ma colui che cerca la felicità divide questa felicità con gli altri. Colui che tortura sé stesso non può dividere la felicità con gli altri, dal momento che sta torturando sé stesso. Quando riusciremo a vedere le cose da questo punto di vista, la tolleranza e l’indulgenza sorgeranno in noi nei confronti di tutti.

4) Moksha, la via lungo la quale avanzano tutte le persone religiose e pie. Essi cercano di conseguire una ricompensa, una felicità, in una vita futura. Essi pensano: “Se la vita in questo mondo è scoraggiante, se la nostra devozione, se il nostro servizio qui sono inutili, avremo una ricompensa nell’aldilà”. A qualunque religione, a qualunque fede essi appartengano, fintanto che rimangono sul loro sentiero senz’altro realizzeranno qualcosa, forse più di chi si aspetta una ricompensa per domani mattina. Pensate alla pazienza che hanno ed alle buone azioni che compiono. E mentre una persona che fa del bene e spera in una ricompensa immediata rischia di abbandonare la buona strada, colui che attende una ricompensa nell’al di là, al contrario, rimane sul buon cammino.

Le parole di Cristo, “Non giudicare” vengono in nostro aiuto nel dimostrare la profondità del problema. Maggiore sarà la nostra comprensione e meglio vedremo come i sentieri siano accordati ai temperamenti. Uno va per un sentiero, uno per un altro, ma tutti vanno verso un obiettivo. L’obiettivo non è diverso, è solo il sentiero ad essere diverso. E tutte queste controversie e lotte tra persone di diverse religioni, ciascuna delle quali dice: “Il mio sentiero è giusto”, come può essere giusto, come può essere questa l’idea di Cristo? Appena giudichiamo una persona spezziamo non solo l’insegnamento ma anche la vita di Cristo. Egli non ha solo insegnato, ha anche vissuto ciò che insegnava. A lui venivano portate persone con ogni tipo di difetti, e verso tutte mostrava tolleranza e indulgenza. Cristo disse: “Non chiamatemi buono”.

La più grande responsabilità che abbiamo nella vita è quella di trovare il nostro proprio sentiero, l’oggetto della nostra vita, non di perdere tempo con gli altri. Immaginate che qualcuno abbia un miglior scopo di vita, e che sia nostro amico, non dobbiamo tirarlo indietro. Se una persona ha uno scopo di vita che sembra essere peggiore, lasciamo che ce l’abbia, non dobbiamo tirarlo verso di noi. Non importa se al momento ci sembra un pessimo scopo, chissà che egli non abbia una lezione da imparare anche dal pessimo scopo. Nella vita impariamo molte cose dai nostri sbagli ed errori. Se una persona cade, impara dalla caduta. Se una persona ha creduto erroneamente ad un oggetto, seguendolo sinceramente arriverà infine al traguardo verso cui l’anima guida ogni individuo.

C’è una cosa che deve essere compresa. Di regola l’uomo mostra di avere, nella sua natura, un certo infantilismo. Questo infantilismo è la dipendenza. Ciò che vuole è qualcun altro che gli indichi lo scopo della vita, che gli dica cosa è buono. In primo luogo, nessuno ha il diritto di dirglielo. Anche se, per caso, l’altro è suo padre, sua madre, il suo insegnante, il loro primo dovere consiste nel risvegliare in lui lo spirito atto a realizzare lo scopo della sua vita, non dirgli: “Questo è lo scopo della tua vita”, perché l’anima è libera. Jelal-ud-Din Rumi dice “L’anima è imprigionata nel corpo mortale, ed è suo obiettivo costante di essere libera e di sperimentare quella libertà che è la sua vera natura”. E finché una persona nella posizione di padre, o madre, o insegnante, o guardiano, non ha compreso questo principio, che ogni anima deve essere libera di scegliere, non è davvero in grado di aiutare un altro.

Nella natura umana c’è anche un altro difetto oltre all’infantilismo. Senza dubbio sembra un difetto naturale. L’uomo in genere non sa qual è il suo problema. Chiedete a un medico, e vi dirà che su cento pazienti, a malapena uno è in grado di dirgli cos’ha che non vada. Lasciano al medico il compito di scoprirlo, compito impossibile. Nessuno può conoscere l’altrui voglia, pena, ambizione, desiderio, l’altrui continua nostalgia. Il lavoro di colui che aiuta, consiglia, guida un altro deve consistere nel rendere quella persona capace di conoscersi. Un bravo medico renderà quella persona capace di esprimere, percepire, realizzare cosa veramente non va in lui. Fin quando una persona non ha compreso pienamente il suo problema, non può essere aiutata.

E per finire, cosa ci insegna questo soggetto? Cosa ci suggerisce? Che dobbiamo coltivare in noi stessi quel senso atto a comprendere i nostri bisogni, afflizioni, il nostro lavoro, il nostro scopo. Senza dubbio gli obiettivi, buoni o cattivi che sembrino, sono passeggeri. Il vero obiettivo e scopo di tutte le anime, buone o malvagie che appaiano, sagge o stolte che sembrino, è quella nostalgia interiore e quell’impulso verso l’obiettivo solo ed unico, la realizzazione dell’ideale spirituale. Un poeta indù dice “Non c’è nulla nel mondo che possa soddisfarti perfettamente, sebbene ci siano cose che possono soddisfarti momentaneamente”. Quindi la soddisfazione perfetta rimane comunque dipendente dall’ideale spirituale. E che importa il nome con cui viene chiamata, sia esso Dio o Bhagwan? Egli è lo spirito unico, nel Quale ed in Quale viviamo e ci muoviamo.

E se prendiamo l’ideale spirituale come nostro obiettivo riconosciuto, questo ideale ci aiuterà in tutti i nostri desideri e necessità ed in tutte le afflizioni, ed allo stesso tempo sarà questo ideale a sollevarci dalla densità che talora ci tiene legati. Non importa per quale via l’anima progredisca, sia essa la devozione, la religione, o un’altra via, fintanto che quell’ideale spirituale rimanga davanti a noi, fintanto che abbiamo davanti a noi quel porto verso cui convergono tutte le anime; quella pace; quella gioia costante; quell’Amico mai partito; quel Padre, sempre Padre, qui e là; quella Madre, la Madre di tutta l’umanità; quell’Ideale di perfetta bellezza. E mantenere quell’ideale davanti a noi, così che venga riflesso nel nostro cuore, è davvero il modo migliore per realizzare il vero scopo della vita umana.

(Fonte: www.movimentosufi.com)

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