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IL CAMMINO DI SHIVA (SHIVAMARGA)
febbraio 1st, 2015 da Nirvaira Shanti

Nataraja (Dancing form of Lord Shiva)

QUATTRO FINI E UN CAMMINO ACCESSIBILE

Quattro, si dice in India, sono i fini principali dell’esistenza umana: kama, il piacere; artha, l’utile; dharma, la rettitudine; moksha, la liberazione. Tutti gli uomini propenderebbero per uno di questi: i più passivi (shudra, pashu) per il solo piacere; quelli con un po’ più d’iniziativa (vaishya) per l’utile; i nobili (kshatriya) per la rettitudine; i saggi (brahmana) per la liberazione.

Siamo, si dice poi, nel kaliyuga: età oscura, età del ferro, in cui predominano i temperamenti peggiori, la vita umana è più breve, le tentazioni più forti.

È dunque possibile, nonostante ciò, raggiungere la liberazione?

Non rinunciamo subito, ragioniamone un attimo.

Non possiamo confidare eccessivamente nella tradizione: quel che ne comprendiamo non ci è finora servito a molto, e di quel che non abbiamo compreso ignoriamo la natura.

Non possiamo contare neppure sui maestri: c’è in giro troppo oro falso, e non siamo orefici esperti per saggiare l’autenticità di quello che ci passa per le mani.

E infine non possiamo chiedere troppo a noi stessi; non sappiamo quale sia la nostra forza, quali i nostri limiti, quanta tensione possiamo sopportare.

Dobbiamo dunque attenerci a ciò che di volta in volta possiamo constatare direttamente, cercando di essere sinceri con noi stessi ma senza strafare (strafare è infatti un ottimo sistema per non fare).

Non dobbiamo quindi pretendere, perché altri ce lo tramandano o ingiungono, di abbandonare il piacere (kama) e l’utile (artha), bensì dobbiamo, pur godendone, mantenerci nei limiti della rettitudine (dharma), rafforzando contemporaneamente il nostro intento di liberazione (moksha).

Tale posizione ci è accessibile e ci permetterà un certo equilibrio, evitandoci di sopravvalutare o sottovalutare le nostre capacità.

Detto così, sembra semplice; ma quando ci guardiamo intorno (e magari dentro) cosa vediamo? Incapacità di godere, inettitudine a trarre vantaggio, incoscienza etica, fantasticherie di liberazione senza reali possibilità di giungervi.

Perché?

 

QUATTRO COSE CHE SANNO TUTTI

 

PRIMA COSA CHE SANNO TUTTI:

Per guadagnare bisogna investire. Soldi, fatica, studio, passione, disponibilità, responsabilità. Se vuoi sfruttare l’altro e non dargli nulla, o dargli solo ciò che ti fa piacere dargli, avrai poco o nulla. Se non adempi i tuoi doveri, gli obblighi che ti sei assunto, ti piacciano o no, se non ti senti vincolato dalla parola data, è inutile che ti finga spiritualmente impegnato: non sei che un pashu, appartieni alla mandria, ti controllano i cani delle tue passioni, altro non conosci.

 

SECONDA COSA CHE SANNO TUTTI:

Per grandi scopi ci vuole tempo. Non basta impegnarsi ogni tanto in qualche esercizio, recitare qualche preghiera o leggere libri, e non è neanche questione di numero d’ore. Si tratta di ridirigere la propria mente, unirla al proprio cuore fino a che lo scopo principale nostro, costante, divenga la liberazione. E questo inevitabilmente significa perdere interesse per altre cose; non tanto per la vita, per il piacere o per l’utile, quanto piuttosto per certi attaccamenti del carattere, per certi personaggi sostenuti senza necessità.

 

TERZA COSA CHE SANNO TUTTI:

Per investire e dedicare tempo bisogna poterlo fare. Difficilmente chi è vissuto da pazzo per settant’anni avrà la forza di diventare saggio. La spinta alla ricerca interiore si ha da adolescenti o da giovani o nella maturità, difficilmente più in là. Il saggio a ottant’anni è molto saggio; ma lo stolto, non avendole coltivate, ha perso quasi tutte le sue facoltà. Anche per amare bisogna averne ancora la capacità. L’egoista inveterato non immagina neppure cosa sia amare; può parlarne a lungo o fingerlo, ma non ne sa nulla. E la liberazione si cerca sulla via dell’amore; se manca, sei soltanto un pashu, uno che ha perso la propria umanità, condotto ed offuscato dalle catene (pasha) delle proprie abitudini.

 

QUARTA COSA CHE SANNO TUTTI:

Non abbiamo più tempo, non possiamo attendere il prossimo anno, non siamo sicuri che saremo ancora vivi e in condizioni di poter fare ciò che desideriamo. Non c’è tempo: da quando siamo nati stiamo morendo, i nostri fini terreni sono tutti illusori. Godere la vita non è male ma non durerà; non è detto che noi fino ad oggi l’abbiamo saputo o potuto fare, ma comunque non abbiamo più tempo per recriminare. Si ragiona come se avessimo di fronte un tempo illimitato, ma questa è un’illusione, l’illusione che ci rende pashu.

Rendiamoci conto della nostra situazione, abbiamone il dovuto terrore. Sani o malati che siamo, stiamo morendo. Ancora per un poco possiamo trovare il cammino di Shiva, ma dobbiamo farlo subito. Se ancora ci addormentiamo, che mai sarà di noi?

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YAMA E NIYAMA

Al cammino di Shiva ci si introduce mediante yama e niyama, autorestrizione ed impegno.

Bisogna rispettare il dharma, non solo nella lettera ma soprattutto nello spirito. Se eseguiamo per obbligo, siamo dei pashu; se non eseguiamo per pigrizia, siamo dei pashu. Yama (innocenza, veridicità, castità, astinenza dal furto, assenza di avidità) e niyama (purezza, moderazione, fervore, studio autonomo, concentrazione sul Signore) devono precedere tutto.

Tali indicazioni sono abbastanza note; tanto note che, dandole per scontate, perlopiù le si trascura, facilmente convincendosi che siano troppo ordinarie, poco esoteriche. Ma sono all’inizio di ogni cammino che voglia essere reale e non opera di fantasia.

Degli yama, ahimsa, che corrisponde esattamente ad “innocenza”, viene solitamente tradotta “non violenza” e richiama alla mente il Mahatma Gandhi; è una non violenza non solo fisica ma anche del pensiero e dell’intenzione, un non nuocere e non voler nuocere in alcun modo.

Quasi inevitabilmente poi tale innocenza si traduce in azioni concrete, in scelte scomode, perché l’innocente non può fingere di non vedere, o delegare ad altri le sue responsabilità. Egli è costretto anzi quasi sempre a far violenza alla violenza, se vuole affermare la superiorità della non violenza; è obbligato ad usare la “santa collera” nella sua ricerca della pace, se vuole che questa non risulti sterile. Non è dunque innocente l’incapace, ma chi è costantemente corretto nell’uso delle proprie capacità, per quanto limitate possano essere.

“Veridicità” (satya) è virtù che contraddistingue l’uomo nobile, che ha rispetto per la propria essenza. Infatti da sat, essere, derivano sia satya, la verità, che sattva, l’essenza: chi è reale nella parola, è reale nell’essere. L’uomo vero non può mentire, il che non vuol dire che un qualunque tiranno gli possa far sottoscrivere la propria autocondanna o che qualsiasi imbecille possa obbligarlo a dire ciò che non vuole. Egli dirà il vero, sempre, se e quando ha scelto di parlare, ma il vero non si può dire sotto costrizione. Costretta, la risposta è sempre menzogna.

Soltanto l’uomo libero può non mentire. E la menzogna che salva la vita, secondo un detto irlandese, è migliore della verità che uccide un uomo. Infatti non si può chiedere a nessuno di usare la verità a propria rovina; chi così chiedesse mostrerebbe di non capire che la verità è qualcosa di più di una descrizione corrispondente ai fatti: la verità non descrive, bensì trasforma; non è cosa comune, ma frutto d’intensità.

Sulla “castità” (brahmacharya, che letteralmente vuol dire “condotta incentrata sul Brahman”) così si esprime la Prashnopanishad: “ahoratto vai prajapatis tasyahar eva prano rattir eva rayih pranam va ete praskandanti ye diva ratya samyujyante brahmacaryam eva tad yad rattau ratya samyujyante”, “Dì e notte [insieme] certamente [è] Prajapati. Di lui [è] invero il dì soffio vivificante (prana) [e] la notte benessere (rayi). In verità profondono prana coloro che di giorno si uniscono nel piacere; [c’è] castità (brahmacharya) invece allorché si uniscono nel piacere di notte”. Non bisogna dunque intendere tal virtù sbrigativamente come “astinenza dai rapporti sessuali”, ma piuttosto in un senso simile a quello per cui nella tradizione cristiana vengono detti “casti” gli sposi, per cui i rapporti sessuali sono obbligatori, tranne che se ne astengano per mutuo consenso.

La manifestazione fisiologica del sesso va integrata (castus vuol dire “integro”) nella sua dimensione spirituale, non vivendola come uno sfogo sensoriale in contrasto con lo spirito, ma come una manifestazione di Prajapati (il Signore delle creature), nel qual caso è senz’altro brahmacharya ovvero “condotta conforme al Brahman”. Nello stesso senso interpreta per esempio B.K.S. Iyengar, lui stesso sposato con figli, che dice addirittura che “senza sperimentare l’amore e la felicità umana, non è possibile conoscere l’amore divino: quasi tutti gli yogi e i vecchi saggi in India erano uomini sposati e con numerosa famiglia”.

“Astinenza dal furto” (asteya) ed “assenza di avidità” (aparigraha) vanno praticate, come ahimsa, tanto come virtù sociali quanto, ed è più importante ancora, come disposizioni interiori. Non rubare significa riconoscere i propri debiti, tanto terreni quanto spirituali, e mancare di avidità significa rinunciare sia a quanto serve ad altri sia ad arroccarsi nella fortezza del proprio io. In mancanza di ciò, si rientra nel numero di quei “ricchi” per cui è molto difficile entrare nel regno dei Cieli, perché sono troppo impegnati a mantenere strutture e convenzioni sociali o mentali che ne difendano ricchezze e privilegi, e con ciò rendono ardua la pratica dell’amicizia ed impoveriscono la propria umanità. È ben vero inoltre che gli squattrinati vedono nel ricco pressoché soltanto una fonte di profitto, che i frustrati vanno dalla persona famosa solo per ottenerne inutili elogi, che gli idioti vanno dal saggio – ammesso che riescano a riconoscerlo – per sentirsi buoni a sue spese. Da ciò il ricco, l’uomo importante ed il saggio sono realmente ostacolati, perché in loro viene cercato e proiettato qualcuno che non c’è, a cui loro stessi corrono il rischio di credere. Per questo nei tempi antichi i saggi fuggivano il consorzio umano; oggi, per loro fortuna ed infamia altrui, la saggezza interessa molto meno e pertanto viene loro arrecato poco disturbo. Non così per il ricco e il famoso, che sono più tentati che mai, mentre non hanno grandi strumenti per difendersi dalla tentazione. Poiché infatti s’accorgono che ciò di cui sono in possesso, denaro e fama, attrae tutti gli altri, per paura di doverli cedere prendono in odio il genere umano trasformandosi in personaggi chiusi ed ostili. Con tutto ciò però restano sostanzialmente stupidi, in quanto privi di discernimento, e sono pronti ad essere ingannati dal primo truffatore sufficientemente astuto.

Dei niyama, la “purezza” (shaucha) implica unità del fine perseguito, rinuncia alle pulsioni separative. La “moderazione” (santosha) implica rinuncia ad ogni forma di esaltazione o esagerazione sia interiori che esteriori. Il “fervore” (tapas) è l’entusiasmo, il calore generato dal desiderio della liberazione, fuoco il cui giusto regime è il principale segreto dell’alchimia interiore, calore che scalda il cuore e la mente. Lo “studio autonomo” (svadhyaya) è il manifestarsi dell’intento: come l’uomo che desidera davvero giungere in un luogo consulta una mappa e si mette in cammino, così chi vuole la verità la ricerca partendo dai testi della tradizione.

La “concentrazione sul Signore” (Ishvarapranidhana) infine significa che ci si centra sul luogo interiore dove si manifesta la presenza del Signore, ovvero su quello che viene detto il Quarto stato.

 

SHIVAMARGA

Se dunque hai adempiuto la tua parola, accettato le tue responsabilità, intrapreso la ricerca non per delusione ma conscio del problema e per intima passione, se è l’amore a sospingerti, e il deserto che dovrai attraversare non ti spaventa perché la tua vita precedente ti pare più deserta ancora ed il tuo occhio interiore ha intravisto uno splendore segreto, allora inizia senz’altro per te la via propizia, shivamarga, il cammino di Shiva, il cammino verso la felicità (shiva).

Come un fiore dal profumo intensissimo, ti si offre la luce che illuminò Vasugupta, quando Shiva gli svelò nel sogno la grotta dove erano ad attenderlo, incisi sulla roccia, gli Shivasutra.

Entra dunque, suvvia, in quella grotta, immergiti con grande attenzione nel lago della tua coscienza, e trova nell’inatteso la gemma che attende te solo.

 

Dall’Introduzione al "Vasugupta Sivasutra Rahasyam" (Il segreto dell’insegnamento di Shiva a Vasugupta) a cura di Dario Chioli.

(Fonte: superzeko.net)

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